L’ANTEFATTO
Il tempo trascorso non è passato invano, è stato utile per riflettere sull’accaduto e adottare i provvedimenti opportuni. Abbiamo atteso la distanza ideale, tale da mettere a fuoco la zona critica, ormai sgombra da interessi personali e da quelli di pubblico dominio. C’è voluto l’oblio, la perdita di ogni traccia nella memoria collettiva per sradicare ogni implicazione umana ed emotiva. Solo quando ci siamo sentiti liberi di agire, senza interferenze mediatiche o pressioni esercitate dalla società civile; solo quando è calato il silenzio abbiamo dato inizio alle ricognizioni sul terreno, col fine di raccogliere la documentazione richiesta e svolgere correttamente l’indagine. Dopo tanto lavoro abbiamo ultimato la ricerca e siamo pronti per esporre i risultati ottenuti.
IL METODO
Prima di procedere con l’analisi dei documenti è necessaria una premessa sul metodo adottato. Come è noto la nostra Società si caratterizza per il cospicuo ricorso alla tecnologia e quando parlo di tecnologia intendo quella all’avanguardia, tra le più innovative ed efficienti, potenziata da un’intelligenza artificiale in continuo aggiornamento. Tuttavia, di fronte a certi fenomeni complessi, ci siamo visti obbligati a sospendere il metodo tradizionale, a favore di una scelta radicalmente nuova, che agli occhi di molti può risultare anacronistica e insufficiente. Abbiamo scelto di rinunciare agli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia per favorire la sfera umana, quella dotata di una specifica qualifica che può essere fatta rientrare nell’ambito dei cosiddetti operatori estetici, detti anche incursori, per la loro capacità di penetrare nel territorio. Tra i tanti professionisti consultati, ne abbiamo scelti due, entrambi dotati di una vocazione plastica che in quanto tale ha una maggiore presa sulla realtà.
Questo orientamento non va letto nel segno di un “umanesimo di ritorno”, di un antropocentrismo integrale che va a discapito dell’universo hi tech, ma è motivato dalla complessa conformazione del territorio, che in uno slogan caro a Gillo Dorfles, può dirsi diviso tra artificio e natura1. Infatti gli elementi antropici sopravvissuti hanno agito sul paesaggio, mutandone l’aspetto e talvolta la sostanza, ma allo stesso tempo questi derivati del progresso industriale sono stati, a loro volta, corrosi, mutati dagli agenti atmosferici, dall’azione della natura. Si tratta di percorrere questa sottile linea di congiunzione che separa e unisce i rispettivi regni. A noi interessa esplorare questa zona di confine paragonabile al concetto di soglia sospesa e per farlo abbiamo scelto degli
1 Vedi Gillo Dorfles, Artificio e natura, Giulio Einaudi editore, Torino, 1968.
operatori che agissero in prima persona sul campo, anche a costo di lunghe permanenze che possono confluire in veri e propri soggiorni.
Lo stesso indirizzo di ricerca trova riscontro nella fattura degli elaborati e nella loro consultazione che deve essere svolta in presenza, senza diaframmi mediatici. S’è scelta una soluzione tradizionale quanto efficace com’è il ricorso all’esposizione dei documenti in galleria. Trovarsi di fronte a questi manufatti obbliga l’utente a porsi in un certo senso nello spazio che va vincolato al tempo della fruizione secondo la formula dell’esserci e questa condizione schiude a delle riflessioni che vanno al di là degli stessi eventi.
IL PRIMO INCURSORE
Possiamo dare inizio alla visita, chiedendovi di prestare attenzione alle opere disposte al centro della galleria. Queste sculture sono state realizzate dall’agente Francesco Finotti e a un primo sguardo di superficie appare chiaro, da parte sua, il desiderio di comunicare un generale senso di abbandono, come si deduce dal manto di neve accumulato. Questo stato delle cose infonde un certo degrado che non finalizza nella dissoluzione dell’artefatto bensì nella sua nobilitazione formale: lo strato nevoso ricalca la struttura sottostante, ne aumenta il volume e la vela, ne smorza la descrizione letterale a beneficio della massa d’insieme. Nonostante questo filtro coprente si intuisce la presenza di qualcosa, di automobili la cui immobilità conferma l’interesse per il dato esteriore. Finotti non è stato attratto dalla prestazione sportiva del mezzo, dalla potenza espressa in km/h, in termini di velocità, bensì dalla silhouette della carrozzeria, dalla sua bellezza. Non a caso, il modello in questione fa riferimento alla Citroën DS Pallas, che trova nello stesso nome la chiave estetica del suo successo: DS sta per déesse, dea, mentre Pallas fa riferimento a Pallade Atena, la dea greca della saggezza e dell’eleganza. Una fama divina che ottiene il riconoscimento ufficiale nello studio del linguista e semiologo Roland Barthes: questo modello è inserito tra le voci che compongono il pantheon della mitologia coevo all’intellettuale francese2. Una bellezza che non è fine a sé stessa ma è anche funzionale alle linee aerodinamiche concepite dallo scultore e designer Flaminio Bertoni, anche se agli occhi di Finotti queste forme sinuose sembrano pensate ad accogliere la neve che, una volta adagiata e stratificata, arrotonda ulteriormente i contorni.
Giunti a questo primo livello di analisi vi chiedo di andare oltre le suggestioni formali e pensare all’assetto compositivo che vede le vetture disposte in diversi sistemi di schieramento, secondo la formula dell’allineamento ordinato, in ricordo di un posteggio invisibile, del raggruppamento caotico che può degradare in un ammasso di veicoli, con vere e proprie sovrapposizioni. Si tratta comunque di una moltiplicazione di vetture, secondo il principio dell’accumulo caro a quel movimento artistico conosciuto col nome di Nouveau Réalisme, a suo tempo capeggiato da Pierre Restany, anche se il nuovo realismo registrato da Finotti
2 Roland Barthes, La nuova Citroën in Miti d’oggi, Lerici editori, Milano, 1962; Mythologies, Ed. du Seuil, Parigi, 1957.
non si limita a riflettere sul riuso estetico degli scarti industriali. Il prodotto in serie, tipico della catena produttiva, è qui evocato da sculture in terracotta smaltata, un artefatto prezioso, realizzato con perizia tecnica. Abilità nel lavorare la materia fittile, intraprendenza e inventiva nel trattare il cemento nero fuso che appare simile al bronzo e questa similitudine conferisce un peso specifico alle vetture. Resta forte il legame con la terra, in tutte le sue declinazioni. Il cemento è più consono all’edilizia, da cui riprende la tecnica di armare per rafforzare: le automobili, quelle nere, sono dotate di reti metalliche per garantirne la struttura. Un vincolo mondano dotato di gravitas che trova ulteriore riscontro nel terreno su cui sostano le DS. Uno spazio innevato, un luogo bianco dove le vetture affondano, dove sono poste a terra e questa collocazione terrena conferisce una maggiore consistenza fisica alla scultura. Prelievi spaziali di un mondo di confine in cui sospensione, abbandono, silenzio portano dentro presenze umane memori di una civiltà sepolta.
IL SECONDO INCURSORE
È giunto il momento di proseguire con la nostra visita e per farlo volgete lo sguardo alle pareti. Non dovete insistere sulle singole opere, meglio leggerle come pagine di un libro da sfogliare. “Pagine” dotate di una certa consistenza fisica, pari a quella di una tavola lignea, e come tali “scritte” da chi pratica l’arte della scultura: Paola Margherita, il secondo agente chiamato a svolgere la propria indagine, è dotata di una sensibilità plastica che in questa circostanza non sconfina nelle tre dimensioni, al contrario si concentra sulle vedute dipinte. La loro comprensione richiede, come si è già detto, un’impressione d’insieme: nello scorrere le immagini si abbraccia lo sguardo della pittrice che porta dentro una linea poetica di continuità, un denominatore comune legato al paesaggio dominato dalla vegetazione. La sua presenza ha qualcosa di sorprendente per la qualità del segno e della luce-colore, la cui intensità sembra volere mettere in gioco il momento in cui è stata registrata. Non so dirvi se questo è interiore, va cercato nel bagaglio di ricordi e di esperienze personali oppure va ricondotto a fenomeni esterni, riconducibili al tempo, come l’alba, il tramonto, o allo spazio, quando ci si sofferma su una specifica orografia col suo peculiare carattere fisico. Quest’ultimo può coincidere con l’azione dell’uomo, con l’opera di scavo che lascia allo scoperto le profondità del terreno. La cava sembra splendere di luce propria, segno ottico e geologico della ferita inferta alla montagna. Essa documenta la presenza di una civiltà priva di attori. Tutti i quadri sono contrassegnati da questa presenza-assenza dell’essere umano che ha lasciato traccia del proprio passaggio: i tralicci dell’alta tensione con i rispettivi cavi elettrici, i ponti, le gru, i lampioni, le rampe stradali appaiono come elementi a se stanti di ingegneria che sembrano avere dimenticato il fine per cui sono stati realizzati. In ogni infrastruttura domina un senso generale di disuso e di abbandono. Qui, in questo angolo di mondo, il progresso non ha attecchito, non ha avuto seguito, s’è sospeso, lasciando di sé un’impressione effimera, destinata a scomparire sotto l’inarrestabile espansione della natura circostante. Secondo
uno schema consolidato nella cultura romantica, assistiamo alla riscoperta delle vestigia del passato, anche se qui la grandezza della civiltà non si perde nella notte dei tempi, non conduce a un immaginario epico, è recente, legata al passato prossimo suscettibile di datazione, come sembrano confermare le infrastrutture, a cui manca solo il marchio di fabbrica.
A questa prima lettura è necessario procedere a una seconda di approfondimento per scoprire nello sguardo di Margherita, nel suo orizzonte visivo, un paesaggio esteso, un tutto pieno che riempie la veduta. La rinuncia a porzioni di cielo induce l’occhio a tuffarsi nella vegetazione, a perdersi nell’intricata trama di rami, foglie, alberi che fanno tessuto boschivo, i cui colori non possono che sorprendere e spiazzare. C’è qualcosa di anomalo che non può solo essere riferito all’ora del giorno, ma va ricondotto anche a fenomeni devastanti come può essere l’incendio o alla specifica orografia del terreno, alla sua geologia di natura vulcanica. Si percepisce una grandezza universale di fronte alla quale l’uomo si perde, sparisce, resiste con le proprie scorie industriali, residui tecnologici che non fanno altro che evidenziare la propria piccolezza: sic transit gloria mundi. Tutto questo è reso con segno capillare, con una scrittura analitica così intricata, stratificata e profonda da sfondare la barriera del piano e aprirsi un varco nei recessi della natura in cui è dolce lasciarsi andare e perdersi.
LA CONCLUSIONE
Siamo giunti a termine della visita e pertanto vi invito a uscire dalla galleria per una breve camminata per le vie del centro, come usava fare ai tempi dei peripatetici. È importante lasciarsi alle spalle quanto abbiamo visto e ci siamo detti per metabolizzare i contenuti e riflettere sul tema conduttore dell’esposizione di Margherita e Finotti. Quella che vi offro è un’interpretazione di largo respiro che desidero condividere con voi.
Dalle incursioni svolte nella zona critica, emerge un tema latente che i rispettivi agenti hanno saputo sviluppare, ciascuno con la propria sensibilità artistica, senza venire meno a un orizzonte comune di tensione che guarda al destino dell’uomo messo in relazione col proprio habitat, con la natura. Finotti s’è concentrato su un bene di consumo emblematico, gemma dell’industria e del benessere della civiltà occidentale; Margherita ha registrato il complesso tecnologico delle infrastrutture disseminate nel paesaggio; entrambi hanno visto nella natura la zona critica, la soglia sospesa, in cui si consuma in silenzio l’espansione indiscriminata del progresso, il suo abbandono e assimilazione nel plesso dell’universo naturale. In loro, nelle loro opere, l’assenza dell’uomo certifica la sua presenza irrinunciabile e il metodo d’indagine adottato in questa mostra ne è la prova tangibile. La nostra fede nell’essere umano è data dalla sua insostituibile capacità di assimilazione e comprensione, che riteniamo tale anche nella sua imperfezione, perché l’errore umano, in quanto tale, è preferibile
all’allineamento algoritmico che per quanto perfetto non arriva a fare sintesi, a toccare i misteri dell’esistenza, come riesce l’arte di Finotti e Margherita.
Daniele Astrologo Abadal – Critico d’arte contemporanea e curatore 2026
